insulino resistenza

Insulino Resistenza

Introduzione all’insulina

L’insulina è un ormone prodotto dalle cellule pancreatiche, che contribuisce ad abbassare la concentrazione di glucosio nel sangue (azione ipoglicemizzante) e a stimolare tutti i meccanismi volti alla conservazione dell’energia e all’accrescimento dei tessuti: sintesi proteica, sintesi del glicogeno, sintesi dei lipidi, proliferazione cellulare.

Sembrerebbe quindi che questo ormone sia la causa dell’accumulo di grasso nel tessuto adiposo e infatti negli anni è stato ingiustamente demonizzato, insieme ai carboidrati dietetici che ne stimolano la secrezione in maniera diretta.

Tuttavia non è l’insulina di per sè a causare un aumento del grasso corporeo o i carboidrati, ma l’intero contesto creato da cattive abitudini alimentari e sedentarietà.

Inoltre, i carboidrati non sono gli unici nutrienti a stimolare la secrezione, in quanto questa è influenzata da una vera e propria rete (network) della quale fanno parte sia da nutrienti, che altri stimoli.

Secrezione dell’insulina – non solo carboidrati

Che i carboidrati influenzino la secrezione di insulina è ormai risaputo: il glucosio entra nella cellula pancreatica e viene ossidato producendo ATP, che interagisce con i canali del potassio provocando una variazione del potenziale di membrana.

Senza una stimolazione, la cellula grazie all’azione di alcune proteine come la pompa Na+/K+ ha un potenziale di membrana di circa -70 mV, mantenuto dalla maggiore presenza di cariche negative al suo interno.

In questo caso, la chiusura dei canali del potassio da parte dell’ATP genera una depolarizzazione, ovvero il potenziale di membrana diventa meno negativo e questo evento determina l’apertura dei canali del calcio, quindi una maggiore concentrazione di questo ione all’interno della cellula.

Il calcio permette la secrezione dell’insulina, contenuta normalmente in vescicole all’interno citoplasma cellulare.

Oltre al glucosio alcuni aminoacidi come l’arginina e la leucina sono importanti stimolatori della secrezione di insulina, ma esistono anche altri stimoli non nutriente-specifici, tra cui la trasmissione colinergica via nervo vago, mediata dal neurotrasmettitore acetilcolina e alcuni ormoni gastrointestinali (incretine), come il GLP-1 e il GIP.

Oltre a una regolazione a breve termine, alcuni ormoni come il GH, la prolattina e il GLP-1 agiscono interferendo con l’espressione genica dell’insulina e con la regolazione della massa delle cellula pancreatiche.

Interagire con l’espressione genica significa aumentare o ridurre la produzione di insulina: quindi si troveranno più o meno vescicole contenenti l’ormone, pronto per essere secreto a seconda del tipo di stimolo.

Breve cenno al meccanismo di azione dell’insulina

Come tutti gli ormoni, anche l’insulina porta con sé un’informazione dalla cellula segnale (in questo caso cellule pancreatica), alla cellula bersaglio, la quale espone sulla sua membrana un recettore, che una volta attivato darà il via a una risposta.

L’azione di tale recettore, porta alla attivazione a cascata di specifiche proteine, le quali a loro volta regolano la proliferazione cellulre (vie mitogene via MAPK) o vie che regolano il metabolismo energetico.

Nella cascata di attivazione, ogni proteina attiva o reprime un’altra attraverso delle specifiche reazioni che prendono il nome di fosforilazione. La proteina che fosforila è detta chinasi e aggiunge un gruppo fosfato a una porzione (dominio) di un’altra proteina.

Per la regolazione delle vie metaboliche, uno dei primi bersagli ad essere attivato è la proteina IRS, che a sua volta fosforila PI3K, il quale determina la conversione da PIP2 a PIP3, che via PDK1 porta all’attivazione della proteina AKT o PKB.

Akt ha diversi bersagli cellulari, tra cui delle vescicole in cui è contenuto il trasportatore del glucosio (GLUT) insulino-dipendente in tessuti come il muscolo scheletrico e il tessuto adiposo.

Akt permette la fusione della vescicola contenente il GLUT4 e la membrana, consentendo al trasportatore di posizionarsi sul plasmalemma. In questo modo il glucosio entra nelle cellule che hanno un canale che necessita di questa via mediata dall’ormone.

insulino resistenza

Immagine adattata da: https://www.intechopen.com/online-first/role-of-pi3k-akt-pathway-in-insulin-mediated-glucose-uptake

In altri tessuti, come quello epatico, il trasportatore non dipende dall’azione dell’insulina (GLUT 2), ma è errato affermare che per tale motivo l’insulina non vi agisca.

Azioni dirette e indirette dell’insulina a livello sistemico

L’effetto dell’insulina interessa svariati organi e tessuti, i quali sono tra loro collegati, comunicando e rispondendo alle esigenze dell’organismo, formando un vero e proprio network.

In linea generale si assiste a una diminuzione del catabolismo di tutti i tessuti e un aumento dell’anabolismo, incentivando la sintesi proteica attraverso l’attivazione di di mTOR, subunità catalitica di due complessi: mTORC1 e mTORC2. In particolare, mTORC1 va a stimolare l’azione di alcune componenti dell’apparato traduzionale, tra cui S6K e 4EBP1/2 (eukaryotic translation initiation factor 4E binding protein 1).

Tramite la stimolazione dei GLUT4 a livello del tessuto adiposo e del muscolo scheletrico, l’insulina permette la diminuzione della glicemia (glucosio nel sangue) e l’ingresso del glucosio in questi tessuti.

A livello del muscolo scheletrico, il glucosio può sia essere utilizzato immediatamente a fine energetico (glicolisi), sia (prevalentemente) essere convertito in glicogeno con la glicogenosintesi (viene conservato per essere utilizzato successivamente).

Tramite le reazioni di fosforilazione, l’ormone porta alla inibizione della proteina GSK3 (glicogeno sintasi chinasi 3), che nella forma attiva non permette alla glicogeno sintasi (GS, enzima responsabile della sintesi di glicogeno) di agire.

In questo modo la GS può operare sia perchè è eliminata l’inibizione di GSK3, sia perchè un’altra proteina, la PP1 ne promuove l’attivazione.

Inoltre, l’azione dell’insulina promuove il bilancio positivo della sintesi di glicogeno anche diminuendo l’azione di enzimi che catalizzano la reazione opposta, ovvero la glicogenolisi.

A livello del tessuto adiposo, l’azione insulinica permette un rallentamento della lipolisi (catabolismo) e un aumento della velocità della adipogenesi (anabolismo), interagendo con altra proteine come SREBP1-c e PPARɣ.

Inoltre, il glucosio entra nel tessuto adiposo (via GLUT4) e funge da fonte di glicerolo 3-fosfato, il quale può essere utilizzato per la formazione dei trigliceridi, attraverso un meccanismo di esterificazione con acidi grassi.

Il bilancio lipidico è da considerarsi come la somma dei flussi di lipolisi e di riesterificazione degli acidi grassi liberi, che originano dall’adipocita stesso, o che provengono dal flusso sanguigno.

La de novo lipogenesi contribuisce solo in minima parte all’adipogenesi, mentre la riesterificazione di acidi grassi preformati è il meccanismo predominante.

Tuttavia, è errato considerare l’insulina come unico colpevole della riesterificazione degli acidi grassi, in quanto la velocità di questo meccanismo sembra essere maggiormente dipendente dalla disponibilità di substrati, piuttosto che all’azione acuta di riesterificazione data dall’insulina stessa.

Da notare che la diminuzione del flusso lipolitico, diminuisce anche la quantità di NEFA (acidi grassi non esterificati) nel circolo sanguigno e questo evento è importante poichè pare contribuire all’omeostasi glicemica, regolando la produzione di glucosio a livello epatico tramite un vero e proprio asse noto come asse epatocita-adipocita.

L’insulina agisce inibendo la lipolisi del tessuto adiposo, portando alla diminuzione del flusso di acidi grassi liberi in circolo, quindi una loro minore ossidazione a livello epatico, che si traduce in una minore concentrazione di Acetil-CoA (che deriva dal catabolismo dei substrati, tra cui acidi grassi).

L’acetil CoA è un attivatore allosterico della piruvato carbossilasi, un enzima che porta alla produzione di ossalacetato a partire dal piruvato, dal quale si arriva al glucosio.

Diminuendo la quantità di Acetil-CoA, diminuisce anche l’attivazione della piruvato carbossilasi e quindi la produzione di glucosio a livello epatico.

insulino resistenza

Immagine 2 adattata da Perry RJ, et al.

Hepatic acetyl CoA links adipose tissue inflammation to hepatic insulin resistance and type 2 diabetes.

Cell 160: 745–758, 2015

Un altro meccanismo di regolazione è la soppressione degli effetti mediati dal glucagone (ormone iperglicemizzante) da parte dell’insulina e della somatostatina. Il meccanismo di soppressione non è stato ancora chiarito del tutto, ma è probabile che sia mediato dall’attività di PI3K-Akt, che porta all’attivazione della fosfodiesterasi 3B, la quale è responsabile della diminuzione dei livelli di cAMP, quindi dell’attivazione della proteina chinasi A (PKA), la quale appare correlata a una diminuzione della secrezione del glucagone.

insulino resistenza

Immagine adattata da Elliott AD, et al. Somatostatin and insulin mediate glucose-inhibited glucagon secretion in the pancreatic -cell by lowering cAMP. Am J Physiol Endocrinol Metab 308: E130 –E143, 2015.

Inoltre la presenza dell’insulina è associata a una minore attività di FOXO1-PGC1Ⲁ, probabilmente tramite la proteina Akt. FOXO1 è responsabile dell’attivazione di alcuni geni che codificano per proteine della via della gluconeogenesi, come glucosio 6-fosfatasi, agendo ancora una volta da regolatore negativo della produzione di glucosio a livello epatico.

Tutto ciò ha un senso, in quanto l’organismo smette di mettere a disposizione energia proveniente dalle proprie riserve energetiche quando è disponibile a livello esogeno e la spiccata regolazione a livello epatico è fondamentale, in quanto questa ghiandola è una delle maggiori responsabili del controllo dell’omeostasi.

Come per i carboidrati, anche per i lipidi si osserva un andamento simile: l’effetto dell’insulina determina una up-regulation dei recettori epatici per le LDL, le quali dalla periferia arrivano in sede epatica. Inoltre questo ormone stimola la lipoproteina lipasi a livello endoteliale, che determina una idrolisi dei chilomicroni circolanti (lipoproteine presenti in seguito a un pasto), permettendo l’ingresso di acidi grassi nei tessuti.

Fegato, muscolo e tessuto adiposo non sono gli unici organi a risentire dell’effetto dell’insulina, in quanto anche l’endotelio, il cervello, lo stesso pancreas, le ossa, i reni e le gonadi sono interessati.

Infatti quando si verifica uno squilibrio a carico di quest’ormone, gli effetti sono generalmente sistemici: ad esempio a livello dei nuclei ipotalamici, l’insulina si comporta da ormone anoressizzante, contribuendo al fenomeno della sazietà e un suo squilibrio è associato a patologie neurologiche come il morbo di Alzheimer.

 

Insulino Resistenza : come migliorarla

Cenni all’insulino-resistenza

L’insulino resistenza è una condizione dovuta a una minore risposta della cellula allo stimolo insulinico.

Nel precedente articolo si è spiegato come l’insulina, per mediare i propri effetti deve legarsi ad un recettore presente sulla membrana delle cellule e come l’attivazione di tale recettore determini una risposta cellulare.

La nozione di insulino-resistenza fa riferimento ai primi studi di Himsworth nel 1936, il quale notò che l’iniezione di glucosio e insulina in alcuni diabetici non portava a un calo della glicemia.

Questo deficit di azione dell’insulina è da considerarsi reversibile attraverso la correzione dello stile di vita, implementando dieta ipocalorica e attività fisica con conseguente perdita di peso.

Se non si prendono i dovuti accorgimenti, quindi si continua ad avere un bilancio calorico positivo e scorrette abitudini alimentari associate a sedentarietà, si attua un circolo vizioso di iperinsulinemia e insulino resistenza: le cellule sono resistenti all’azione dell’insulina e il pancreas, di conseguenza produrrà ancora più insulina.

Inoltre, la condizione di iperinsulinemia porta con sè un aumento di tutti gli ormoni contro-insulari e il tutto può sfociare in condizioni ben più gravi, dovute a danni cellulari irreversibili, che portano allo sviluppo di alcune patologie, come il diabete di tipo II.

La causa dell’insulino resistenza può essere di diverso tipo, ma grossolanamente la si può dividere in recettoriale e post-recettoriale: nel primo caso il problema riguarda il recettore, il quale può perdere affinità per l’ormone, oppure essere internalizzato, quindi non esporsi sulla membrana. Nel secondo caso, ci si trova di fronte a un difetto di trasduzione del segnale, quindi in una o più delle proteine che mediano l’attivazione a valle degli effetti dell’insulina.

Effetto dell’Insulino Resistenza sui tessuti – muscolo

Quando il miocita (cellula muscolare) diventa resistente all’insulina, non è solo questo tessuto a risentirne, ma il turnover glucidico di tutto l’organismo. L’insulina regola il metabolismo glucidico del muscolo sia facilitando l’ingresso del glucosio stimolando i GLUT4, sia favorendo la glicogeno-sintesi.

Quindi venendo meno la sua azione, la sintesi del glicogeno muscolare diminuisce sensibilmente e, l’ ‘’effetto spugna’’ del tessuto muscolare nei confronti del glucosio non è al pari di un muscolo insulino-sensibile.

Effetto dell’Insulino Resistenza sui tessuti – organo adiposo

Il tessuto adiposo dipende dall’insulina per il trasporto del glucosio via GLUT4, proprio come il muscolo scheletrico. Anche il questo caso risulta compromessa la capacità dell’adipocita di internalizzare il glucosio.

Inoltre l’insulina riduce la lipolisi e promuove la sintesi dei lipidi: con l’IR l’attività lipolitica non è soppressa e l’adipocita continua ad esportare NEFA (acidi grassi non esterificati) in circolo.

Con la mancata azione dell’insulina, viene meno anche l’azione della lipoproteina lipasi (LPL), che ha il compito garantire un uptake periferico dei trigliceridi e questo meccanismo sembra essere connesso a fenomeni di ipetrigliceridemia riscontrata in soggetti con IR.

Associati all’aumento dell’insulino-resistenza vi sono alcune citochine prodotte dal tessuto adiposo stesso, come IL-6, TNFⲀ e Il-1.

Effetto dell’Insulino Resistenza sui tessuti – fegato

A livello epatico l’insulina non ha il compito di favorire l’ingresso del glucosio, in quanto tale evento è indipendente dall’ormone.

Tuttavia, venendo a mancare la regolazione dell’insulina viene a mancare la regolazione della gluconeogenesi epatica sia in maniera diretta che indiretta.

I problemi di regolazione epatica non derivano solo dall’azione dell’insulina specifica su questa ghiandola, ma anche dalla mancata azione a livello periferico. Con la diminuita l’azione anti-lipolitica sul tessuto adiposo, il fegato sarà esposto a una maggiore quantità di lipidi che, in seguito a catabolismo producono Acetil-CoA, responsabile dell’aumento dell’attività di enzimi della via gluconeogenica, come la piruvato carbossilasi (attivata allostericamente).

In aggiunta a un dismetabolismo glucidico, esistono problematiche metaboliche a carico del metabolismo lipidico.

In soggetti insulino-sensibili, l’azione insulinica controlla il metabolismo lipidico, favorendo la lipogenesi e diminuendo la lipolisi, regolando il particolare l’azione di SREBP-1c.

Anche se sembra strano, il mancato controllo insulinico è associato a casi di steatosi epatica non alcolica (NAFLD), nonostante la mancante azione positiva dell’insulina sulla lipogenesi.

Innanzitutto, la quantità massiccia di acidi grassi in circolo, dovuta alla mancata azione insulinica sul tessuto adiposo, può fungere da fonte di trigliceridi a livello epatico nella NAFLD e la ri-esterificazione sembra prevalere sulla de novo lipogenesi sul flusso lipogenico.

Nel caso della de novo lipogenesi, invece non è solo il signalling insulinico a causarla, ma anche alcuni nutrienti, come il glucosio che stimola ChREBP, alcuni aminoacidi via mTORC 1 che stimolano SREBP-1c e il fruttosio, associato all’attivazione sia di ChREBP che di SREBP-1c.

Anche il metabolismo delle VLDL viene compromesso, con conseguente maggior rischio di formazione della placca aterosclerotica.

Le complicanze dell’insulino resistenza

La condizione di insulino-resistenza perpetuata nel tempo e non corretta, porta allo sviluppo di un’alterazione del quadro metabolico globale:

  • La resistenza all’azione dell’insulina da un lato non permette al al glucosio di entrare all’interno della cellula (GLUT4 non si espone sulla membrana) e dall’altro non rallentano la gluconeogenesi epatica. È possibile riscontrare fenomeni di ridotta tolleranza al glucosio;
  • l’azione dell’insulina non si limita al metabolismo dei carboidrati, ma è a carico di tutti i nutrienti, tra cui i lipidi: infatti è possibile l’instaurarsi di dislipidemie, in cui il colesterolo buono (HDL) è basso e quello cattivo (LDL) è alto e ipertrigliceridemia;
  • l’insulina può contribuire (quindi non è sempre causa) ad aumentare la pressione arteriosa (ipertensione) aumentando il riassorbimento di sodio a livello renale e aumentando l’attività del sistema nervoso simpatico, quindi il volume del sangue può aumentare. D’altronde anche la condizione di ipertensione arteriosa può aggravare la condizione di insulino-resistenza ed iperinsulinemia stessa.

La maggior parte dei soggetti che mostrano tali condizioni patologiche sono affetti anche da obesità di grado moderato o severo. In particolare parliamo di obesità di tipo viscerale, più preoccupante di quella sottocutanea.

Avere 3 tra le condizioni evidenziate (obesità, ipertrigliceridemia, dislipidemia, ipertensione arteriosa e ridotta tolleranza al glucosio) può porre il soggetto nella condizione di Sindrome Metabolica (o sindrome X, o sindrome di insulino-resistenza).

Purtroppo l’insulino-resistenza non è connessa solo a patologie dismetaboliche, ma anche ad altre condizioni, come la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) e maggiore rischio cardiovascolare.

Come migliorare la condizione di insulino resistenza

Quando viene diagnosticata una condizione di insulino-resistenza, bisogna ribaltare la condizione prima che sia troppo tardi e sfoci in una patologia cronica.

Quindi come fare?

La risposta è nella maggior parte dei casi molto semplice: bisogna correggere tutte le abitudini che hanno portato le cellule ad essere resistenti all’azione dell’insulina.

Salvo casi molto particolari e ben più gravi, la causa di tutto ciò è l’inattività fisica e l’eccessivo introito alimentare.

Come si può notare in un grafico riportato sul libro ‘’The Hungry Brain’’ di  Stephan Guyenet, ad accompagnare il maggiore introito energetico e la commercializzazione di cibi palatabili, poco costosi e raffinati, vi è l’aumento del possesso e dell’utilizzo delle automobili.

Questo si traduce in un minore dispendio energetico anche per le attività più banali, come andare a piedi a lavoro o a fare la spesa, che sommate nel loro piccolo, possono costituire una protezione contro gli eccessi di un mondo industrializzato.

Il ruolo della perdita di peso nell’insulino resistenza

Purtroppo un eccesso di grasso corporeo non è solo brutto da vedere, ma è associato a una infiammazione cronica di basso grado e l’infiammazione determina un peggioramento dell’insulino-resistenza. Come riportato nella prima parte di questa serie di articoli, l’adipe non è solo un tessuto di riserva, ma un vero e proprio organo endocrino, quindi produttore di sostanze ad azione ormonale e citochine.

L’accumulo e l’espansione del tessuto adiposo è traducibile in una maggiore attivazione di signalling (segnalazioni) cellulari come quella del JNK, della NFκB, che mediano risposte infiammatorie e non solo.

A loro volta, molecole ad azione infiammatoria, come TNF-Ⲁ, IL-1 (interleuchina 1) e IL-6 (interleuchina 6), possono attivare questi signalling cellulari traducendo il tutto in un circolo vizioso.

insulino resistenza

Li Chen,et al, Mechanisms Linking Inflammation to Insulin Resistance,” (2015)

Ognuna di queste molecole complica l’andamento dell’insulino-resistenza in modo diverso: l’interferenza con il signalling intracellulare mediato dal recettore dell’insulina, oppure la riduzione l’espressione dei trasportatori del glucosio GLUT4 sono solo alcuni dei diversi possibili meccanismi.

Da notare che il tessuto adiposo produce molecole ad azione anti-infiammatoria, come l’adiponectina, che può portare a un miglioramento del quadro metabolico. Purtroppo questa adipochina viene prodotta in quantità inversamente proporzionale rispetto al livello di grasso corporeo.

Il ruolo dell’attività fisica nell’insulino resistenza

L’attività fisica è tutt’oggi considerata come un mezzo per bruciare calorie, mentre dovrebbe essere inquadrata in un contesto ben più ampio viste le potenzialità che ha.

L’esercizio fisico porta a una maggiore espressione dei trasportatori del glucosio (GLUT4) sulla membrana delle cellule e pare che in cronico possa aumentarne il numero, grazie ad un aumento di mRNA (RNA messaggero dal quale si produce una proteina, in questo caso il trasportatore).

In questo modo, il trasportatore si inserisce nella membrana per far entrare il glucosio in maniera insulino-indipendente, in quanto stimolato da altre condizioni come l’ipossia e la contrazione muscolare.

Il beneficio dell’esercizio fisico sembra andare oltre, migliorando anche il signalling post recettoriale dell’insulina, quindi a livello di IRS-1, PI3K.

In questo modo si assiste a un miglioramento della resistenza all’insulina agendo sia su meccanismi di tipo recettoriale, che meccanismi di tipo post-recettoriale.

Inoltre è interessante notare come alcune evidenze dimostrino che l’esercizio fisico stimoli maggiormente l’espressione di GLUT4 sulle cellule muscolari, piuttosto che su quelle adipose.

In questo modo si avrebbe una migliore gestione dei carboidrati, grazie all’effetto ‘’spugna’’ del muscolo scheletrico, oltre che a un miglior partizionamento calorico.

Tutto ciò non basta

Dieta ed esercizio fisico sono solo due dei tanti fattori che fanno parte della routine quotidiana di una persona.

È da precisare che oltre l’attività fisica volontaria che si svolge per strada o nelle palestre, è necessario uno stile di vita più attivo: le due cose sono ben diverse.

Si parla di NEAT intendendo l’attività fisica che non si svolge in palestra, come camminare a piedi fino al posto di lavoro, oppure prendere le scale al posto dell’ascensore alla quale si associa un’attività di tipo involontaria non controllata (es. tamburellare con le dita o muovere sempre le gambe da seduti).

Appare evidente che soggetti con un NEAT maggiore hanno più facilità a seguire una dieta dal momento che possono permettersi introiti energetici più elevati.

Anche la gestione dello stress e la qualità del sonno dovranno essere migliorate: lo stress, in particolare agisce tramite l’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene) e può portare un innalzamento di quelli che sono gli ormoni che controbilanciano l’azione dell’insulina (contro-insulari es. cortisolo), oltre che a un possibile aumento di citochine infiammatorie e diminuita efficienza del sistema immunitario.

Ovviamente non si sta parlando di stress acuto (nel breve termine), bensì di una condizione che cronicizza senza miglioramenti e spesso la deprivazione del sonno, oppure un ritmo non regolare può enfatizzarne un peggioramento.

È stato osservato come un sonno irregolare possa contribuire al peggioramento dell’insulino-resistenza attraverso diversi meccanismi diretti e indiretti, tra cui una modifica dei livelli relativi di alcuni ormoni, come la diminuzione della leptina e l’aumento della grelina, che porta il soggetto mangiare di più.

Conclusioni e Sintesi

L’insulina interessa in maniera diretta e indiretta numerose vie metaboliche e riassumendo in pillole le maggiori azioni sui tessuti bersaglio:

A livello del fegato:

  • Aumenta la sintesi proteica e diminuisce il catabolismo proteico,
  • Aumenta la sintesi del glicogeno e diminuisce la glicogenolisi,
  • Diminuisce la gluconeogenesi, quindi l’esportazione del glucosio in circolo,
  • Aumenta la sintesi dei lipidi.

A livello del muscolo:

  • Aumenta la sintesi proteica e riduce catabolismo
  • Favorisce glicolisi e glicogeno – sintesi,
  • Favorisce l’ingresso del glucosio via GLUT4, quindi contribuisce ad abbassare la glicemia.

A livello dell’organo adiposo:

  • Diminuisce la lipolisi, quindi il catabolismo degli acidi grassi;
  • Aumenta la sintesi degli acidi grassi;
  • Favorisce l’ingresso del glucosio via GLUT4, che funge da fonte di glicerolo 3-fosfato per la sintesi dei trigliceridi.

Nonostante la descrizione sia limitata semplicemente a tessuto adiposo, fegato e muscolo, è comunque da considerare l’insulino-resistenza una condizione sistemica, in quanto anche altri organi e tessuti ne sono vittima. Un esempio è l’endotelio, la quale resistenza all’azione di quest’ormone è associata a disfunzione endoteliale.

A fronte di tutto ciò è facilmente intuibile che non è l’insulina a fare male, ma è un eccessivo e cronico introito energetico a creare squilibri metabolici, tra cui l’insulino-resistenza stessa.

insulino resistenza

Con piccole modifiche dello stile di vita è possibile migliorare la propria condizione fisica e la propria salute. L’errore da non fare è partire con un cambiamento radicale, che nella maggior parte dei casi non garantisce aderenza e quindi fattibilità a lungo termine.

I consigli da poter mettere in atto poco alla volta sono molto semplici:

  • Assicurarsi un sonno ristoratore e una regolarità di orari in cui si va a dormire e ci si sveglia;
  • Alimentarsi in modo equilibrato, facendosi seguire da un professionista e/o una equipe (specialmente se vi sono comorbilità). Buona quantità di acqua e fibre, introito proteico adeguato alla propria attività fisica e dieta ipoenergetica sono un buon punto di partenza;
  • Muoversi sia aumentando il NEAT, sia implementando un’attività fisica che preveda esercizi contro resistenza e/o cardiovascolari

Questo articolo è a cura del Dr. Lorenzo Candela

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