Ciao Daniele e grazie per aver trovato il tempo per questa intervista!

Ciao Domenico, grazie per quest’opportunità, per me è un piacere.

Come prima cosa, ci fai un’introduzione al tuo percorso formativo e lavorativo ?

Sul mio percorso formativo e lavorativo c’è da dire abbastanza poco, fondamentalmente perché ho ancora 26 anni e poi perché ho fin da subito avuto le idee, più o meno, chiare, quindi ho evitato eccessive “perdite di tempo”. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze Motorie in quanto ho da sempre avuto la passione e il progetto di lavorare, un giorno, in team di alto livello. In merito a questo voglio dire una cosa a tutti i laureandi in Scienze Motorie o a quelli che hanno intenzione, in futuro, di iscriversi: la laurea in SM è importante, non tanto per le competenze di base che vi darà (che purtroppo sono veramente minime) ma perché vi apre molti sbocchi per approfondire in futuro. Se decidete di conseguire questa laurea, sappiate fin dal primo giorno, che quei 3 anni saranno solo la base di partenza, la vostra intenzione deve essere la specializzazione e la continua formazione applicata e, soprattutto, dovete essere ambiziosi.

Evitate di iscrivervi a Scienze Motorie per lavorare in palestra, in sala pesi, come istruttore o anche come semplici “personal trainer”, nulla da togliere a queste professioni, io stesso l’ho fatto e lavoro, ormai sporadicamente, come PT, ma perché, semplicemente, per fare questi mestieri non c’è bisogno della Laurea. Iscrivetevi assolutamente in SM se pensate di avere una carriera come ricercatori in ambito sportivo o lavorare come professionisti e preparatori atletici in TEAM di alto livello. Detto questo, fin dall’inizio la mia passione più grande è sempre stata la nutrizione, SM mi permetteva di accedere alla magistrale in Scienze dell’Alimentazione e Nutrizione umana e questo aspetto per me era molto importante. Mi sono dunque specializzato in nutrizione e ho pian piano smesso di lavorare come istruttore di sala per dedicarmi principalmente all’ambito della nutrizione, applicata allo sport ma non solo. Attualmente sono in un periodo di stallo per quanto riguarda il proseguo della mia formazione universitaria ma ho in progetto il dottorato in Nutrition & Metabolism o in Neuroscienze (che sono gli ambiti di cui sono più appassionato).

Dal punto di vista lavorativo negli ultimi tempi ho avuto la fortuna di conoscere professionisti che hanno già dato molto al settore, come Andrea Biasci e Manuel Salvadori e sto portando avanti alcune collaborazioni con loro. Con Manuel e Vivereinforma ho partecipato a delle docenze e non escludo (anzi) che ce ne siano altre in futuro. Con Andrea Biasci abbiamo in mente diversi progetti, primo fra tutti un libro sull’alimentazione, ma al di là di questo lo ringrazio per le opportunità che mi sta dando e per tenermi sempre in considerazione coinvolgendomi anche in altri progetti futuri.

Quanto hai trovato soddisfacenti e completi gli studi universitari che hai fatto?

Questa è veramente una domanda da 1 milione di dollari perché, secondo me, la questione è delicata, ma cercherò di essere il più sintetico ed esaustivo possibile.

Purtroppo in Italia l’ambiente accademico è, generalmente, di basso – bassissimo livello e il motivo non è tanto l’università in sé ma il sistema formativo in toto. Ho spesso detto che il modo di insegnare dei professori (la maggior parte – non tutti ovviamente) è vecchio, antiquato, non coinvolge e non è efficace. L’università italiana, soprattutto alcune facoltà, si basano su corsi di studi assolutamente nozionistici e che poco contribuiscono ad alzare le competenze dello studente. Mi trovo spesso a ribadire questo concetto: conoscenze non è sinonimo di competenze, le conoscenze sono le nozioni che noi acquisiamo, molte di queste le perderemo comunque con il tempo, se non ci impegniamo a ripeterle continuamente (e a che servirebbe, poi? Sarebbe fine a se stesso); le competenze riguardano invece il “saper fare”, nel concreto.

L’università italiana, e in particolare quella di SM, almeno dalla mia esperienza, non dà alcuna competenza, ma solo conoscenze – e quella in nutrizione non è che sia molto meglio da questo punto di vista. Attenzione, non mi riferisco solo alla mancanza di “pratica”, che anche è un aspetto che sarebbe da approfondire, ma proprio all’incapacità dei professori (o magari alla mancanza proprio di volontà) di essere incisivi, di saper coinvolgere gli studenti e creare lezioni interattive (ovviamente gli studenti hanno le loro colpe – la lezione la fanno entrambe le parti, non solo il professore), che stimolino l’approfondimento da parte degli studenti e soprattutto promuovano la capacità di ragionamento. Il “problem solving”, il ragionamento, l’approccio ad un problema, sono queste le capacità che dovrebbe fornire e allenare un’università, perché è questa la differenza che ci dovrebbe essere tra un professionista (laureato) ed un altro che non ha seguito alcuno studio accademico.

Personalmente gli studi universitari che ho conseguito non mi hanno per nulla soddisfatto, vi assicuro che il 90-95% delle poche competenze che ho, derivano dallo studio da auto-didatta.. ho la fortuna di amare l’ambito che studio e in cui lavoro – alcune notti ho sognato il mitocondrio. Tuttavia, se tornassi indietro rifarei esattamente tutto – l’ambiente universitario mi ha comunque dato molto, dal punto di vista della consapevolezza, della maturità, e comunque vale la pena di studiare anche solo per avere delle nozioni di base e conoscere anche solo 2 professori competenti e appassionati della materia che in pochi giorni riescono ad arricchirti molto. Non a caso ho in progetto il dottorato ma anche altre lauree (se ne avrò la possibilità). Io consiglio e consiglierò sempre, a tutti i ragazzi che vogliono poi avere un posto che conta nell’ambito dell’allenamento e della nutrizione (ma direi in generale), di frequentare gli studi accademici e conseguire le lauree; pur ammettendo che l’università dovrebbe essere riformata quasi totalmente. Perché non dobbiamo fare l’errore di pensare che perché l’università sia fatta male o la laurea conti poco, sia meglio non farla per niente o non avere alcun titolo.

Come hai approfondito le tue conoscenze e specializzazioni, e quali percorsi formativi e studio autonomo consiglieresti a chi voglia approfondire le conoscenze di nutrizione ?

Bella domanda. Purtroppo l’eccesso di informazione (non solo sul WEB) sta creando più danni di quanto ci si aspettasse. Anche la persona più volenterosa di questo mondo può scoraggiarsi o incappare in  “letture-bufale” che creano un doppio danno: 1) le persone perdono tempo, entusiasmo e soldi nell’approfondire, male, quell’argomento 2) nel 99% dei casi chi legge lo fa per imparare, è difficile capire se un’informazione è una bufala oppure no se non si ha già una determinata conoscenza di quell’argomento – il punto è che le persone leggono per imparare, se già “sanno”, la cosa non è poi così produttiva.

Questo è un altro motivo per cui consiglio l’università e delle lauree di base. Anche l’assenza di competenze, ma almeno la presenza di conoscenze, nozioni, può aiutare proprio nel processo di approfondimento da auto-didatta, perché almeno si hanno delle informazioni di base che rendono più facile (ma non facile in assoluto) smascherare le bufale. L’opera di filtraggio e sfoltimento delle informazioni è essenziale per poter riuscire ad avere una visuale ampia ma allo stesso tempo coerente su un argomento.

E qui il mio consiglio più importante e la risposta a questa domanda: io ho utilizzato innanzitutto i testi universitari di base. Non si può approfondire alcuna tematica sulla metodologia dell’allenamento senza avere basi di fisiologia umana così come non si può approfondire l’efficacia di un esercizio e carpirne i punti di forza e di debolezza (rischio di infortuni, ad esempio) senza avere basi di anatomia e conoscere la biomeccanica. Allo stesso modo, non si può approcciare alla nutrizione umana senza avere basi di fisiologia, biochimica, chimica degli alimenti e di certo non si potrà mai comprendere quanto utile possa essere una strategia nutrizionale, soprattutto per la cura/prevenzione di una patologia, se non si hanno ben chiari i meccanismi eziopatologici di tale malattia (e quindi, ancora, basi di fisiopatologia, patologia e via dicendo). Una volta assunta una base (per lo più nozionistica, appunto), secondo me è inutile collezionare libri di biochimica, endocrinologia ecc., bisogna passare alla saggistica. Molte persone non comprendono bene l’importanza della saggistica perché, chiaramente, nella scala dell’importanza scientifica, i saggi sono agli ultimi posti – possono essere scritti da chiunque e per 1 buon saggio, ce ne sono 99 completamente inutili.

Tuttavia sento di poter dire che a fare la differenza, poi, è proprio la saggistica di livello, penso ai lavori di Robert Sapolsky per quanto riguarda l’influenza dello stress e la neurobiologia in generale, i testi di Daniel Lieberman per quanto riguarda la biologia dell’evoluzione umana, Ramachandran sempre per le neuroscienze, Bressanini per apprendere bene cosa c’è di vero riguardo i miti sui più diffusi alimenti/nutrienti, Bottaccioli per la psiconeuroendocrinoimmunologia, Enzo Soresi e via dicendo. Ma, soprattutto, se volete accedere alla saggistica di livello, e poi ulteriormente approfondire attraverso studi e riviste scientifiche ad alto impact factor, è assolutamente necessario conoscere l’inglese.

Il 99% dei lavori di qualità, parlo per la nutrizione e per l’allenamento, ma immagino valga per qualsiasi settore, è scritto in lingua inglese. La stessa letteratura scientifica è consultabile in inglese e sicuramente non in italiano. Vi faccio un po’ di nomi: Alan Aragon, Josep Agu, Lyle McDonald, Eric Helms, Brad Schoenfeld, James Krieger, Spencer Nadolsky, Louise Burke, Gordon Sheperd,  Dulloo, Tinsley, le riviste NSCA e tanti altri.

Ecco, io mi sono formato così, con questi autori, con la saggistica in genere in lingua inglese, soprattutto con il confronto con chi si ritiene più bravo (e il segreto è ritenere sempre tutti più bravi di se stessi, perché significa aprirsi le porte per imparare sempre di più, anche su ciò che credi di conoscere a fondo).

Per quanto riguarda master e attestati vari, tendo a non esprimermi molto perché non ne ho mai fatti e non li ritengo, in genere, efficaci dal punto di vista formativo (visto anche quello che costano – molto spesso). Se mai farò un master, però, sarà sempre uno di quelli fatti come si deve, di 3 anni di durata, che in genere sono, ancora una volta, in lingua inglese.

Qual è la tua opinione riguardo all’ambiente della nutrizione in Italia al momento ? Quali credi siano i principali problemi e quali i punti di forza ?

Ritengo l’ambiente della nutrizione tra i più rovinati al mondo. Viviamo tra persone, senza alcuna competenza, che promuovono strane pratiche alimentari per il dimagrimento, altre che vendono alimenti miracolosi per la cura del cancro, altri ancora che credono negli integratori per risolvere patologie auto-immuni e altri ancora, di solito questi sono nutrizionisti laureati, che tendono a dare sempre la stessa dieta pre-stampata da 1200 kcal senza alcun tipo di personalizzazione, senza alcun obiettivo formativo, cioè, senza fare davvero il nutrizionista (che non significa fare la lista della spesa o calcolare macro e kcal di una dieta).

In Italia poi siamo messi particolarmente male un po’ perché, se la nutrizione è una materia che deve essere poi conosciuta e manipolata da laureati, e l’università è di basso livello, lo sarà anche la media dei professionisti. L’altro motivo di degrado in questo ambito è che è stata data la possibilità di parola a tutti (è la democrazia, mi dirai), ma così si mette sullo stesso piano un esperto, vero, e la signora Pina che è dimagrita grazie alla dieta dell’ananas e che continuerà ad alimentare falsi miti. Ma, se ci pensiamo, è quello che accade un po’ ovunque: pensiamo ad esempio alla vicenda dei vaccini. Sembra quasi che il fenomeno del parto abbia come conseguenza la laurea in pediatria, virologia e immunologia, istantanea, per tutte le mamme.

Ecco, questi sono principalmente i punti deboli, i punti forti non li vedo, non li vedo specificatamente per l’Italia, li vedo per la nutrizione in genere: l’alimentazione e nutrizione umana è sempre più (e a ragione) considerata, con le scienze psicologiche, un po’ nei trattamenti della quasi totalità delle patologie. Questo è sicuramente un punto di forza, perché significa che anche con la fine arte della manipolazione degli alimenti, dei pasti, dei nutrienti, si può fare molto. Purtroppo da punto di forza potenziale diviene troppo spesso un punto debole: l’alimentazione è utile quasi sempre per potenziare gli effetti terapeutici in toto, magari di terapie farmacologiche (è il concetto dell’approccio integrato al trattamento di una patologia: aspetti nutrizionali, cui si associa anche l’approccio all’attività fisica sapientemente somministrata – aspetti psicologici – aspetti farmacologici) ma, troppo spesso invece si lascia passare che l’alimentazione possa, da sola, curare o prevenire le patologie, ed ecco il mito dell’acqua e limone o del bicarbonato per il cancro, della paleo diet per le diete autoimmuni, per la zona per diventare dei particolari tipi di robocop immuni agli eventi cardiovascolari, o al vegetarianesimo o veganesimo come panacea di tutti i mali. Addirittura si sta facendo passare il concetto che il digiuno o il semi-digiuno siano il segreto per vivere 120 anni.

Tuttavia la nutrizione nell’approccio oncologico è sempre più di rilevante importanza – non cura la patologia, ma un malato di questo tipo necessita di un determinato intervento dietoterapico proprio in ottica complicazioni sia della patologia che delle terapie, inoltre spesso migliora gli effetti terapeutici delle terapie; anche malati neurologici beneficiano di interventi nutrizionali particolari, e via dicendo. Quindi qual è il senso? Che la nutrizione in teoria ha veramente tantissime potenzialità, occorre però che questo strumento sia utilizzato bene.

Cosa ne pensi del livello generale dei nutrizionisti in Italia al momento ? Viviamo ogni giorno una costante dissonza tra chi si lamenta dell’abusivismo nella professione e chi sostiene di non essere soddisfatto dai nutrizionisti che ha consultato – soprattutto in ambiente sportivo e “fitness”.

Il livello generale è, come già detto, molto basso. E non può essere altrimenti perché se il percorso formativo per diventare nutrizionisti è scadente, saranno scadenti anche i nutrizionisti che ne usciranno. Certo, mai generalizzare e mai creare stereotipi, qui stiamo parlando di media ma ci sono moltissimi bravi nutrizionisti – questi sicuramente hanno approfondito ulteriormente dopo le lauree e non si sono fermati alle nozioni tanto care alle università.

Detto questo, difficile dire quanto sia colpa del nutrizionista (o del professionista in generale) la “non soddisfazione” da parte del cliente/paziente. Molto spesso la colpa è da ricercare proprio dal soggetto. Nessuno fa miracoli, nessuno ha la formula magica, sia i fallimenti che i successi sono per lo più merito (o colpa) del soggetto e non del professionista, questo in linea generale.

Per quanto riguarda la questione degli sportivi che si affidano ai nutrizionisti sportivi, il problema è bidirezionale: il nutrizionista è, in Italia, in genere già una figura di bassa competenza in nutrizione ma, soprattutto, si è formato (questo sempre in generale) principalmente ragionando sul soggetto sedentario, obeso, oppure patologico (l’obesità è essa stessa patologia e soprattutto è associata ad una miriade di complicanze). Difficile che un nutrizionista (ancora peggio un medico – che ha una formazione ancora più incentrata sulla “fragilità” del soggetto e sulla patologia), abbia un approccio utile per lo sportivo, sano, soprattutto avanzato; se questo professionista non ha approfondito e studiato autonomamente (e semmai praticato) le problematiche di quello sport in particolare.

Allo stesso modo il problema sta anche nello sportivo, che vive in un “mondo proprio” e fatto di molti stereotipi. Queste persone troppo spesso credono di essere esperte in tutto e per tutto e se un nutrizionista suggerisce a questi soggetti, qualcosa che si discosta dal loro modo di vedere l’alimentazione sportiva (che spesso è molto distorta), è automaticamente un nutrizionista scarso. Qui, il problema, è che lo sportivo si crede, a prescindere, più competente e crede di avere una fisiologia del tutto diversa, quando in realtà l’alimentazione per uno sportivo non deve poi essere così diversa da quella per un soggetto non sportivo. Le differenze sostanziali sono quantitative e di timing, principalmente proprio nell’ottica di vedere l’alimentazione come supporto per le performances sportive.

Ritieni adeguati i percorsi di studio che portano ad essere nutrizionisti in italia ad oggi ? Nel caso che riforme apporteresti, ed in generale qual è il percorso di studi che consiglieresti ad un futuro aspirante nutrizionista?

Assolutamente no. Non li ritengo adeguati ma non tanto per le materie che vengono studiate o per le nozioni (in meno o in più che ci siano). Da questo punto di vista secondo me l’università italiana non è messa malissimo. Il punto è un altro: dalla mia prospettiva un corso di laurea, soprattutto poi specialistico, deve allenare l’approccio al problema, da parte dello studente, deve allenare il “problem solving”, deve insegnare al futuro nutrizionista a risolvere un vero e proprio problema, concreto. A questo punto il testo didattico non serve più, non servono più le nozioni di biochimica e fisiologia, dovrebbero esser già state acquisite, serve imparare, seriamente, come applicare queste nozioni ad un problema. E dal mio punto di vista nessuna università, in Italia, lo fa in maniera adeguata. Sicuramente non i corsi di laurea che ho seguito io.

Ci sono diversi percorsi per diventare nutrizionisti, legalmente parlando, ma sono pochissimi quelli che potrebbero essere efficaci, dal punto di vista formativo (sempre molto limitato). Faccio una breve panoramica del mio pensiero:

scienze motorie + magistrale in nutrizione, principalmente perché avere delle basi anche dal punto di vista dello sport è importante per chi vuole ampliare gli orizzonti. Inoltre, bisogna considerare il rapporto tempo-fatica-costo-benefici, ed è qui che passo alla seconda combinazione.

Biologia + nutrizione, probabilmente il percorso formativo più difficile e più completo, più ampio, ma per fare il nutrizionista serve? Dà un valore aggiuntivo? Secondo me no, è solo più difficile/lungo, ma meno spendibile o spendibile allo stesso modo.

Dietistica+Nutrizione, secondo me è il percorso più attinente e dal punto di vista formativo il più indicato.

Ad ogni modo voglio che passi il messaggio che l’università, tutta, a prescindere dalle facoltà, è da riformare, è di basso livello e che qualsiasi percorso scegli poi, a livello di competenze, hai acquisito veramente poco. È fondamentale studiare da soli, approfondire, avere la passione e l’approccio mentale giusto.

Nel settore dell’alimentazione poi tutto ciò è amplificato perché, per fare un esempio, un biologo marino potrebbe iscriversi all’albo e praticare come nutrizionista ma nei suoi 5 anni di studi ha seguito ben ZERO esami di nutrizione e comunque non applicati. Gli stessi medici, anche con specialistica, hanno studiato dai 6 ai 10-12 anni e hanno seguito, in genere, ZERO esami di nutrizione. Questo è grave, perché poi questi soggetti possono stilare diete, suggerire dietoterapie, sia sul sano, che sullo sportivo, che sul malato; anzi, su quest’ultimo hanno anche un potere (che deriva dalla cultura della società) maggiore, perché “è un medico, e quindi ha ragione”. Da questo punto di vista sicuramente anche bisognerebbe intervenire, innanzitutto io dividerei l’ambito in “soggetto sano” e “soggetto patologico”. Sul soggetto sano, sinceramente, gli interventi sono nel 90% dei casi di “tipo psicologico” e volti allo spiegare e all’insegnare alle persone come mangiare. Sinceramente non vedo proprio cosa ci sia di così difficile nel dire ad una persona sovrappeso o che vuole migliorare, in generale, la sua composizione corporea, che magari mangiare una merendina in meno e consumare una fettina di pollo in più sarebbe preferibile.

Ma ancora, studiare 5 anni (universitari) per fare il “nutrizionista” e dire alla signora Pina che se vuole dimagrire dovrebbe evitare di mangiare l’intera confezione di kinder fetta a latte a colazione, è normale? Vale la pena? Queste cose può dirle chiunque.

Di converso la nutrizione è importante in ambito clinico, sul soggetto patologico quindi. Migliorare i corsi e l’università in generale come ho già spiegato e regolamentare il settore non permettendo a soggetti che non hanno superato nemmeno 1 esame di nutrizione, di fare diete, deve essere il primo passo, da questo punto di vista.

Oggi va molto di moda la “nutrizione sportiva”. Tu credi che sia davvero un ramo a parte, e che necessiti di studi approfonditi ? Nel caso consiglieresti qualche percorso preciso per chi voglia lavorare come nutrizionista per gli sportivi ?

Non esiste la “nutrizione sportiva”. Non mi stancherò mai di ripeterlo. La nutrizione quella è, esiste la nutrizione compresa bene e i professionisti formati male, tutto qua. Non consiglio alcun percorso preciso per chi vuole lavora come nutrizionista per gli sportivi – ancora una volta invito le persone ad approfondire autonomamente, una volta conseguite le basi (forse in questo caso scienze motorie + nutrizione è il percorso più efficace e fattibile). Spesso ciò che fa la differenza tra un nutrizionista e un “nutrizionista sportivo” è che quest’ultimo ha praticato/pratica quello sport e si è informato delle strategie e delle esigenze degli atleti, senza fossilizzarsi sulle basi apprese all’università.

Ma in generale è bene comprendere che la fisiologia del dimagrimento quella è, e così anche la biochimica della tanto nominata negli ultimi tempi, ricomposizione corporea. Un soggetto sportivo deve, semplicemente, in genere, mangiare di più, perché necessita di più energia e più nutrienti. Quasi tutti i fabbisogni, in macro e in micronutrienti, aumentano nei processi di crescita e, in generale, nel soggetto che si allena. L’altra differenza è che l’alimentazione deve essere cucita sull’atleta, in ottica ottimizzazione della performance, “tutto qua”.

L’epidemia di sovrappeso ed obesità soprattutto infantile sta divenendo sempre più una piaga dei tempi moderni così in Italia come nel mondo. Quali sono secondo te le cause, e cosa faresti per arginarle.

La causa principale è, come intuibile, l’ambiente e la società occidentale, questo è indubbio e per certi versi anche banale. Non mi riferisco soltanto all’abbondanza di cibo ma anche alla sedentarietà che è causa e conseguenza dell’aumento ponderale. Ad un intervento sull’obesità che feci all’Università, a Napoli, mi fu fatta una domanda secondo me interessante e intelligente: come mai se si sa così bene quali sono le cause dell’obesità, non si riesce ad arginarla?

Ecco, il punto è che c’è bisogno di fare una corretta informazione, e non intendo spiegare come si deve i meccanismi metabolici della leptina o dell’insulina, ma di insegnare alle persone, fin da piccole, i valori del cibo, l’importanza di una sana alimentazione e dell’attività fisica ma, soprattutto, di insegnare cosa significhi “sana alimentazione”. Il 90% delle abitudini alimentari francamente inadeguate nasce da una cultura dell’alimentazione inesistente, per niente scientifica e basata fondamentalmente sui principi del consumismo. Chiunque avrà avuto una mamma o una nonna che gioivano nell’ingozzare il proprio figlio/nipote oltre l’immaginabile.

Da questo punto di vista, l’obesità infantile è ancora più preoccupante, perché è frutto di un’ereditarietà da parte dei genitori, da parte della “vecchia società”; in poche parole, i genitori tramandano l’obesità ai figli. Ci sono studi osservazionali che ben fanno comprendere quanto sia alta la correlazione tra genitori obesi e figli obesi e tra obesità infantile e obesità in età adulta. Sapevi che più dell’80% dei bambini che dall’infanzia fino alla pubertà sono stati obesi, rimangono obesi? Sapevi che c’è una percentuale preoccupantemente alta di obesità infantile? Questa può e deve essere vista proprio come previsione di una futura popolazione ancora più obesa.

Cosa fare? Insegnare, spiegare, divulgare, fare corretta informazione alle famiglie. Perché l’intervento è tanto più efficace quanto è esteso alle famiglie. Studi dimostrano che una dieta “sana” viene seguita in maniera molto più difficile (e per meno tempo) da una persona (soprattutto un bambino) se il resto della famiglia non cambia abitudini. Ciò è ancora più vero per la popolazione pediatrica, visto che quest’ultima apprende le abitudini proprio osservando i genitori.

Chi dovrebbe caricarsi sulla schiena questa importante responsabilità?

Non c’è dubbio, la scuola. Iniziando da quella infantile. In un mondo ideale le famiglie sarebbero la prima istituzione importante per l’educazione dei bambini, anche dal punto di vista alimentare. Tuttavia occorre capire che nella società odierna gli adulti sono ignoranti in alimentazione e non sono minimamente in grado di guidare il bambino ad imparare il valore di un’alimentazione equilibrata e salutare. La scuola è il primo e ultimo baluardo.

Solo ancora una riflessione: esiste l’età prescolare e, purtroppo, a quanto risulta dalle ultime evidenze scientifiche, è l’età in cui si decide la predisposizione all’obesità da parte di quel soggetto: numero di adipociti, abitudini alimentari, sviluppo del gusto. E, a quanto pare, è anche l’età in cui in nutrizione si fanno più errori. In questo caso la soluzione devono essere i pediatri consapevoli e aggiornati.

Credi che nelle scuole obbligatorie vada inserita la materia di “educazione alimentare” ? E nel caso come implementeresti la cosa ?

Assolutamente sì. È di vitale importanza che fin dai piccoli i bambini siano guidati dal punto di vista alimentare, anche perché le abitudini che si acquisiscono da piccoli difficilmente si perdono poi, in età adulta. E poi chi lo sa, magari sarà possibile un effetto domino, dove la ritrovata cultura all’alimentazione sana appresa dai bambini può aiutare a invertire la rotta anche al resto della famiglia, ai genitori.

Non c’è bisogno di fare chissà quale sforzo dal punto di vista dell’organizzazione didattica, basterebbero 2-3 ore a settimana fatte seriamente sull’argomento, da abbinare alle ore di attività fisica. Importante che si faccia capire ai professori per primi e poi agli alunni che queste “materie” non sono di secondaria importanza, anzi. Basta che si faccia in modo che facciano media. Fosse per me renderei obbligatorio anche dei corsi di inserimento/aggiornamento per i genitori.

In ambito fitness si fa un gran parlare di macros, calorie, quote proteiche... ma sappiamo bene che le persone comuni soprattutto delle generazioni passate trovato tutto ciò stranissimo e non vogliono contare tutto quello che mangiano. Diventa quindi fondamentale l’educazione alimentare. Credi che dal punto di vista formativo e comunicativo ci siano delle mancanze in questo senso, e che ci si concentri troppo su una nicchia di popolazione (fitness ed atleti) che già di per se poichè cura l’alimentazione è meno problematica, lasciando all’abbondono chi ne ha davvero bisogno ?

Gli atleti e gli appassionati di fitness hanno un problema differente che gli ultimi studi suggeriscono sia anche preoccupante: l’aumento di disturbi del comportamento alimentare e la distorsione dell’immagine corporea. Su questi soggetti andrebbe fatto più un lavoro psicologico che puramente nutrizionale.

Per quanto riguarda il resto della popolazione, parlare di macronutrienti, kcal o vie metaboliche non è assolutamente la strada giusta. Ruolo del nutrizionista (e secondo me è anche la parte più difficile di questa professione) è quello di far capire, di guidare, di insegnare le persone a mangiare correttamente. I cosiddetti “consigli alimentari” aiutano a raggiungere gli obiettivi, senza effetti collaterali, e che vengono mantenuti nel tempo. Sono contrario anche alla pratica di stilare diete precise, a fare una lista di alimenti, settare i pasti e quant’altro, è un’inutile forzatura (a meno che non ci siano esigenze particolari – allergie/patologie varie). Invece bisogna puntare sul far comprendere al soggetto che esistono altri modi per mangiare e che questi possono contribuire al benessere psico-fisico. Molto spesso gli obesi e i sedentari non hanno idea che si possa mangiare diversamente da come fanno loro o, se lo sanno, non sanno come fare per invertire la rotta.

Ecco, il ruolo del nutrizionista è questo. In poche semplici mosse, sapientemente ponderate, si può cambiare totalmente lo stile di vita di una persona. L’obesità o la magrezza (perché anche questa è una condizione patologica) non hanno nulla di particolarmente complesso, le risoluzioni devono essere tutt’altro che dettagliate perché troppo spesso, su questi soggetti, la “problematicità” di una dieta da osservare, è direttamente proporzionale al rischio che l’obeso abbandoni la dietoterapia. Tocca capire con chi ci rapportiamo e le esigenze della persona, spesso troppo diverse dalle nostre.

Parlaci del tuo libro sull’alimentazione che uscirà a Dicembre edito da Andrea Biasci : come è nato il progetto, di cosa tratterà il libro in particolare e quale messaggio vorresti arrivasse ai lettori ?

Sì, ormai un anno fa io e Andrea ci siam messi d’accordo per la stesura di un libro sull’alimentazione che trattasse, però, argomenti differenti dal Project Nutrition. Il progetto è iniziato in salita, perché volevamo qualcosa che non fosse presente ancora sul mercato, qualcosa che fosse particolarmente incisivo. Il taglio del libro è del tutto particolare, tratterà a 360 gradi “tutte le diete del mondo”, quindi ci saranno capitoli riguardanti le commerciali low carb, le low fat, le chetogeniche e varianti, la Zona, le varie dissociate dal Novecento ad oggi, la dieta dell’indice glicemico, la Dieta Lemme, la Paleo Diet, la dieta alcalina, la detox, la dieta dei gruppi sanguigni per passare all’analisi anche del significato della dieta mediterranea, dei protocolli del digiuno intermittente, la dieta nei problemi gastro-intestinali, la dieta FODMAP e ancora altri capitoli sulla dieta della longevità di Longo, sulla mima-digiuno, sulla dieta flessibile, IIFYM così come altre filosofie alimentari: il vegetarianesimo, il veganesimo, il fruttarismo, il crudismo e quant’altro.

In questo libro ho cercato di racchiudere un po’ i punti di forza e di debolezza delle varie pratiche nutrizionali. Non nego che ho speso un po’ di pagine per sfatare i miti sull’alimentazione più diffusi – ne sono veramente tanti – ma, ad ogni modo, non volevamo fosse un libro “distruttivo”, ma “costruttivo”; quindi ho cercato di prendere il buono un po’ da tutte le filosofie nutrizionali. Insomma, sarà un libro che tratterà un ventaglio molto ampio di argomenti – lo stile sarà quanto più divulgativo e schematico possibile, anche se ci saranno richiami alla biochimica e fisiologia umana. L’idea è quella di presentare un prodotto facilmente consultabile, semplice e allo stesso tempo esaustivo; ma il messaggio che voglio far passare è il concetto di non fermarsi alla lettura superficiale, ma ad approfondire e ragionare sugli argomenti. Nel libro ho cercato di giustificare, con il ragionamento, non solo con nozioni, un po’ tutto quello che ho scritto. Spero che una volta che sia stato letto, le persone abbiano quanto meno un po’ di consapevolezza in più e una migliore capacità di “pesare” le informazioni sull’alimentazione.

Quali sono secondo tre i maggiori “miti” sull’alimentazione più dannosi che ancora girano attualmente?

Ti dico quello che ho visto maggiormente nella pratica sul soggetto medio:

l’associazione carboidrati – insulina – ingrassamento. Questo mito ha rovinato, letteralmente, centinaia di migliaia di donne, sia dal punto di vista psicologico che metabolico. Perché poi l’eccessiva demonizzazione di un alimento/nutriente, ma in particolare dei carboidrati, porta a conseguenti diete assolutamente inadeguate dal punto di vista nutrizionale.

Il mito sulla colazione: questo deriva da ormai 60 anni di cultura alimentare errata, soprattutto in Italia, che i nostri genitori e la mia generazione anche, ha ereditato, in modo passivo. L’idea che l’uomo debba fare colazione, che la debba fare dolce, ha creato tantissimi problemi a mio modo di vedere. Non tanto per la pratica in sé – fare colazione non fa male assolutamente – ma per l’idea che le persone hanno, radicate nella mente, dell’importanza di un pasto in particolare. Ci studio e lavoro particolarmente nell’ambito, questo mito è legato più di quanto si pensi all’obesità infantile. Perché obbligare, anzi, promuovere il consumo di pasti abbondanti a colazione “perché serve zucchero al cervello”, porta inevitabilmente ad aumentare spontaneamente il consumo di cibo e di zuccheri semplici (perché la colazione deve essere fatta dolce e stra-dolce!). Inoltre, soprattutto in età infantile, si vanno a costruire le abitudini alimentari dell’individuo e anche le preferenze di gusto.

Con questa mentalità si va a direzionare il gusto del futuro adulto sempre più verso il dolce, che già di suo rappresenta uno stimolo forte ed efficace per il bambino (noi tutti, geneticamente ed evoluzionisticamente parlando, siamo attratti dal dolce e dal grasso – perché rappresentano gli alimenti più densi caloricamente, e per i nostri antenati, “una torta”, significava sopravvivenza – e poi perché il latte materno è particolarmente dolce e, quindi, il bambino, anche dal punto di vista emozionale, assocerà “il dolce” con il legame materno); e poi “è normale” che il caffè amaro non piaccia, che lo spuntino debba essere rappresentato dalla merendina dolce o dal pane con la nutella spalmata sopra e via dicendo. L’ignoranza dei genitori è la prima causa di obesità infantile.

Infine, odio con tutto me stesso le filosofie alimentari che portano ad escludere alimenti a priori. La varietà della dieta va salvaguardata, da sola risolverebbe il 75% dei problemi. Non ci accorgiamo che abbiamo problemi ad osservare una dieta sana ed equilibrata semplicemente perché mangiamo sempre le stesse cose, con le stesse identiche associazioni, preparate con sempre le stesse cotture; assolutamente un impoverimento che non dovremmo permetterci di incentivare ancora se vogliamo migliorare la situazione.

Salveresti qualcosa della classica “broscience” da palestra, ovvero trovi che ci sia qualcosa che magari anche se inesatto in teoria ha un grande valore pratico ed aiuta “le persone comuni” a perseguire i loro risultati?

“Mangia e spingi”. Dal punto di vista dei risultati è secondo me il miglior consiglio generale che si possa dare ad una persona, soprattutto se è alle prime armi. “L’errore” è, secondo me,  il dono più prezioso che abbiamo nella vita. Sbagliando si impara.

Certo, aggiungerei il consiglio di fare seguendo uno schema quanto meno un minimo razionale, senza avere fretta, perché poi bisogna capire che “non fare le cose a caso” serve non tanto per raggiungere dei risultati effettivi, ma per essere longevi, con meno infortuni possibili.

Come vedi il futuro in Italia? Credi che la situazione migliorerà e si riuscirà ad arginare questa epidemia di sovrappeso e patologie correlate?

Dobbiamo crederci. Altrimenti che studiamo e lavoriamo a fare in questo ambito?

Io faccio divulgazione, scrivo libri, faccio corsistica e voglio sempre più specializzarmi in questo ambito. Se mai ci riuscirò seguirò la carriera di professore universitario. Lavoro (e vorrei proseguire in futuro) principalmente nel campo dell’obesità infantile, e qui è particolarmente importante cambiare la mentalità, dei medici (pediatri) innanzitutto e poi delle famiglie. Non posso credere che non ci sia speranza, altrimenti dovrei abbandonare tutto ciò che faccio e che vorrei fare in futuro.

Il punto non è “se si riuscirà”, perché anche se difficilissimo, dobbiamo dare per scontato che sia possibile. Il problema da porci è: “come invertire la tendenza?”

Io non ho dubbi, con l’informazione, con la divulgazione e promuovendo una nuova cultura alimentare, sana. Certo, per costruire una cultura ci vuole tanto tempo, però, per dare anche degli spirargli di luce (altrimenti sembro un pessimista cronico), c’è da dire che negli ultimi anni c’è già stata una piccola diminuzione della percentuale di obesità infantile (ancora altissima) – probabilmente frutto proprio dei pediatri e nutrizionisti che hanno iniziato a prendere più in considerazione il ruolo dell’alimentazione. Sai, diversi anni fa era difficile vedere un pediatra aggiornato da questo punto di vista, la nutrizione è sempre stata un po’ bistrattata dalla classe medica. Negli ultimi tempi le cose stanno leggermente cambiando, dobbiamo insistere.

Devo e voglio essere ottimista, negli ultimi anni ci sono anche nuove realtà che nel loro piccolo stan cercando di cambiare le cose – il tuo blog è uno dei beni più preziosi del mondo di Facebook, in questo caso per tutti quelli che approcciano al mondo della palestra, e lo dico con la massima sincerità.

Siamo arrivati alla fine di questa intervista, hai una citazione che rispecchia il tuo modo di vedere il mondo che vuoi condividere con noi?

So che sei un fan di Bruce Lee. Ti cito una sua frase, secondo me molto bella, che sintetizza un po’ anche quanto ho detto in questa intervista:

“Se volete che la verità si erga chiaramente davanti a voi, non siate mai pro o contro qualcosa. La lotta tra il "pro" e il "contro" è la peggiore malattia della mente”. 

E poi voglio lasciarvi con un’ultima frase, presente anche come immagine di copertina sul mio profilo facebook. La dedico a tutti, principalmente a chi vuole fare qualcosa ma non sa se ci riuscirà. La dedico a quelle persone che vorrebbero.. ma han paura della difficoltà, dell’impresa:

“Non ho bisogno che sia facile, ho bisogno che ne valga la pena”.

Grazie per la disponibilità ed in bocca al lupo per tutti i progetti futuri!

Grazie a te Domenico, spero di esser stato abbastanza prolisso da non aver deluso le aspettative 😀  

Ricambio gli auguri e attenderò il giorno che collaboreremo insieme per creare qualcosa di utile, di importante!