franco impellizzeri

Oggi ho il piacere ed il privilegio di intervistare il Dott Franco Impellizzeri. Franco è un ricercatore, professore e Associate Editor e Editor-in-chief di alcune riviste scientifiche, ha conseguito un dottorato (PhD) in Novergia e collaborato e stretto amicizia con ricercatori, professori ed atleti di tutto il mondo. Attualmente vive e lavora a Zurigo in Svizzera.

Abbiamo parlato, grazie alla sua esperienza nazionale ed internazionale, a 360 gradi del sistema universitario italiano, della ricerca, della carriera e consigli per perseguirla di preparatore e nutrizionista sportivo, della relazione tra sistema di formazione universitario e non, meritocrazia, lavoro e stimoli per i giovani e dell'attuale quadro dell'ambiente fitnesssport facendo confronti tra le situazioni e realtà italiane rispetto a quelle estere.

Questa intervista è molto lunga, ma potrete trovarci delle riflessioni molto importanti che fotografano in maniera precisa la situazione italiana e perchè ci sono determinati problemi e differenze marcate con le corrispettive situazioni estere, fatte direttamente da un ricercatore e professore che ha potuto vivere in prima persone entrambi gli ambienti.

Ciao Franco e grazie della disponibilità

Ci fai un’introduzione al tuo percorso di studi e lavorativo ?

Il mio è un percorso anomalo di cui vado fiero ma non se lo consiglierei (a meno che non vogliate “perdere” dieci anni della vostra vita e trasformare il vostro corpo in una pera tipica di un nerd sedentario). Dopo il Liceo Scientifico e un anno di ingegneria (per volere della famiglia), da appassionato di sport (ho praticato atletica o poi Taekwondo dove ho militato in Nazionale per qualche anno) mi iscrissi all’ISEF Lombardia a Milano. Poi ho conseguito la laurea in Scienze Motorie quando è stata introdotta qualche anno dopo.

Ma per motivi personali e di amicizie sono cresciuto a contatto con gente che faceva body building, pesistica e football americano, quindi il mio primo interesse è stato orientato verso la forza. Finito l’ISEF dopo aver lavorato nell’ambito del fitness e come preparatore entrai come tecnico in un centro ricerche per lo sport (MAPEI Sport Research Center) creato su volere del Dr. Squinzi (patron MAPEI e noto anche per essere stato presidente di Confindustria).

Sponsorizzando una squadra di ciclismo professionistico il Dr. Squinzi decise di dotare la squadra di un proprio centro ricerche per supportare al meglio gli atleti e tutte le squadre satelliti, ed in seguito tutti gli atleti e squadre sponsorizzate (per questo ho avuto esperienze in tanti sport). Per la prima volta ebbi accesso agli studi e pubblicazioni (il centro era abbonato a molte riviste scientifiche) e fu come entrare (per me che avevo sempre avuto passione per la scienza) in una sala giochi. Fu lì che iniziai da autodidatta a fare ricerca con l’aiuto di un mio caro amico oggi Professore in UK e con il permesso del mio capo di allora Aldo Sassi (purtroppo scomparso). Unico vincolo: la ricerca era consentita la di fuori dell’orario di lavoro perché la priorità erano le altre attività amministrative e tecniche (quindi ricerca consentita sera e weekend con struttura e macchinari ottimi e all’avanguardia per quei tempi a disposizione). Da lì ebbe inizio la mia carriera scientifica con molti sacrifici perché per almeno 10 anni non ho avuto un weekend libero e facevo ricerca fino a notte tarda (ma ero giovane e riuscivo a farlo).

Di giorno accumulai la mia esperienza amministrativa diventando poi coordinatore del centro e responsabile scientifico del centro. Iniziai a frequentare convegni internazionali, ricercatori di tutto il mondo e trascorrere periodi di tempo con loro (che poi sono oggi cari amici). In seguito, avendo già molte pubblicazioni scientifiche alle spalle, mi venne proposto di fare un dottorato di ricerca in un’ottima Università (la NTNU in Norvegia, vincitrice del NOBEL in medicina nel 2014 con May-Britt & Moser).

Così ebbi il mio PhD. Iniziai a fare ricerca in Italia quando ancora nessuno sapeva cosa fossero le Scienze dello Sport, e tramite il centro MAPEI ho potuto seguire ed allenare atleti che hanno fatto Olimpiadi e vinto medaglie. Quindi furono anni duri ma accumulai una esperienza incredibile che mi è di aiuto ancora oggi. Come attività “collaterali” iniziai a collaborare con varie Università Italiane ed estere come docente a contratto o per progetti di ricerca (ma sempre da esterno perchè non rinunciai mai alla mia posizione in MAPEI). Poi nel 2007 un’altra svolta. Un po’ preoccupato da come vedevo andare l’Italia (ho sempre cercato di guardare più in là) e un po’ perchè me la vedevo “stretta”, decisi di cambiare e lavorare all’estero. Dopo varie offerte decisi di cambiare settore ed andai in una clinica privata Ortopedica in Svizzera a Zurigo con un forte dipartimento ricerca, inizialmente per lavorare in ambito neuromuscolare.

Poi venne creata una unità per studi nell’ambito del “outcome clinical research” di cui divenni il responsabile. Qua a Zurigo ho avuto la possibilità di imparare molto su come si lavora in ambito clinico e di perfezionare la mia formazione sui metodi di ricerca e statistica con corsi in UK e Svizzera. Nel frattempo ho continuato a fare ancora ricerca nello sport (ma meno dovendo occuparmi di Ortopedia) ed ho iniziato la mia attività come Associate Editor e Editor-in-chief di alcune riviste scientifiche avendo più tempo. Qualche anno fa ho vinto un concorso per Professore Associato all’Università di Verona ma per vari motivi ho rinunciato alla chiamata e al rientro, ma faccio ancora qualcosa con le Università (seminari e lezioni sui metodi e metodologia della ricerca o su argomenti specifici).

Hai conosciuto molto bene dall’interno l’ambiente universitario italiano ed estero, quali sono secondo te le differenze più marcate o cosa uno dovrebbe mutuare dall’altro per migliorare?

Intanto premetto che in Italia ci sono ricercatori, docenti e strutture di ricerca molto buone e considerate eccellenze. Detto questo è anche vero che non ci si può basare su queste realtà (che non sono la normalità), ma bisogna necessariamente un po’ generalizzare per capire se e quali problemi ci siano nell’ambiente. Il motivo per cui, infatti, non siamo mai ben messi nelle classifiche Internazionali è che non abbiamo una qualità di sistema ma eccellenze nate sporadicamente e lottando controcorrente grazie ad iniziative di singole persone o piccoli gruppi.

Poi le classifiche si possono contestare o criticare ma rimane il fatto che è oggettivo che non siamo messi bene. Il mio parere è che ci sono differenze tra il sistema dei paesi anglosassoni e “latini”.  Nei paesi latini tra cui l’Italia c’è molta più “politica” e nonostante abbiamo ottimi docenti e ricercatori, è spesso più un caso che il risultato di una selezione perché l’accesso alla carriera universitaria non è mai stata incentrato sul merito reale. Secondo me, intorno alle nostre eccellenze c’è troppo mediocrità causata dalla politica. Per questo ho grande stima e ammirazione per coloro che all’interno del sistema Universitario Italiano sono riusciti a creare poli di eccellenza e nicchie meritocratiche. Io considero la ricerca come una conditio sine qua non per l’accesso al mondo Universitario.

Mi contestano che essere buoni ricercatori non necessariamente voglia dire essere buoni docenti. Vero! Ma essere docenti Universitari vuol dire essere esperti in una certa area ed essere sempre aggiornati, e questo si ottiene soprattutto con l’attività di ricerca. Poi mi devono spiegare come alcuni docenti di facoltà scientifiche possano aggiornarsi non conoscendo l’Inglese che è il linguaggio scientifico. Nei paesi Anglosassoni o Scandinavi, in base alla mia esperienza, mi sembra inoltre che ci sia un ottimo supporto agli studenti che sono di fatto agevolati in tutto. Diciamo che per uno studente Italiano quando arriva lì sembra di essere nel paese dei balocchi! In termini di preparazione finale non posso dire che siano meglio di noi. Non è un problema di preparazione finale è una questione che in Italia si perdono di sicuro talenti lungo la strada e non c’è uno standard qualitativo garantito. Nonostante tutto il nostro istinto di sopravvivenza (soprattutto quello degli studenti Universitari) ci sta salvando.

Quale credi siano i difetti più grandi del sistema universitario italiano ? Cosa cambieresti tu se fossi ministro dell’istruzione ?

Cavolo qua devo stare attento se no mi becco denunce! Se fossi Ministro so che non potrei cambiare molto perché mi sa non durerei il tempo di fare anche una sola riforma. E’ molto complesso perché alcuni problemi sono troppo radicati. Di sicuro non abbiamo un sistema meritocratico per cui tante posizioni sono coperte da chi non ne ha le capacità. La prima risposta che farei sarebbe mandare via un po’ di persone che di fatto drenano risorse e non restituiscono molto (parassiti), e sostituirle con chi ha i requisiti, capacità e con nuove generazioni (c’è bisogno di aria fresca).

Ma questo sappiamo che non si può e non si potrà mai fare! Diciamo allora che andrebbero per lo meno messi in condizione di non nuocere, quindi eliminando le lobby e con mandati a termine. Cambierei il sistema di finanziamento delle Università e di reclutamento dei professori andando verso il mondo anglosassone.

Che ogni Università prenda chi vuole, una volta che il candidato sia in possesso di certi requisiti (internazionali ed oggettivi) così la finiamo con le farse dei concorsi etc. Non mi si venga a dire che l’abilitazione nazionale che c’è oggi è in questa direzione perché fino a che ci saranno commissioni nazionali ci saranno forzature politiche.

Ma i finanziamenti vanno dati in base al merito in accordo con criteri oggettivi e con flessibilità in base a progetti di miglioramento e rilancio (che vanno verificati e se non raggiunti precludono accesso ad altri e futuri finanziamenti). In altre parole poche regole, chiare e per il resto creerei un “mercato competitivo” e vinca il migliore. Poi c’è il solito problema di burocrazia che non è un problema dell’Università ma è IL problema dell’Italia.

Della situazione della ricerca in italia, in paragone anche con quella estera, cosa ne pensi ? Ed eventualmente cosa cambieresti ? Credi che i fondi destinati ad essa siano sufficienti ?

Il discorso ricerca e le sue difficoltà sono legati al sistema Universitario che di fatto riflette il sistema Italia. I fondi sono pochi ma non sono d’accordo nell’erogare di più subito per evitare l’assalto alla diligenza con la sola idea di portarsi a casa qualche finanziamento senza prestare attenzione ai progetti. Prima di erogarne di più occorrerebbe chiarire i criteri di accesso che come sempre non sono trasparenti, o meglio sono trasparenti sulla carta ma poi non si capisce nella pratica come vengono assegnati. Ho portato in passato un finanziamento privato dall’estero abbastanza importante ad una Università Italiana.

Mai più.

Vallo a spiegare che appena arrivano i soldi ne perdi una parte per IRAP. Assurdo! Poi una volta erogati i finanziamenti istituzionali, il controllo dei risultati non è sempre vincolante. Ho visto progetti finire con un abstract ad un congresso, abstract che in un curriculum internazionale non viene neanche riportato. Abbiamo dei criteri di controllo anche dove lavoro ora. Un progetto così sarebbe considerato un progetto fallito (e se ne fallisci un po’ non solo non prendi più finanziamenti ma vai a casa con la scatola di cartone in mano). Quindi non solo servono più soldi ma anche migliori sistemi di accesso e controllo dei risultati.  Ricercatori bravi in Italia ce ne sono, ma non sono nelle condizioni di lavorare in modo ottimale. Infatti, quando poi vanno all’estero fanno grandi cose avendo semplicemente strutture e sistema che li aiuta. In pratica formiamo persone brave a spese nostre, che vanno all’estero e producono per altri, e magari producono nuove tecnologie che poi noi un domani importeremo pagando: geniale!

Ha senso secondo te in Italia ad oggi perseguire la carriera universitaria (dottorato, ricercatore, professore etc ) ?

Guarda su questo io non faccio testo. Ho sempre studiato per imparare e non pensando alla carriera Universitaria. Mi è arrivata la possibilità ma non è mai stato il mio obbiettivo e infatti sono ancora in un ambito privato pur avendone avuto la possibilità. L’ambito privato mi da possibilità che altri accademici non hanno ovvero fare ricerca 8 ore al giorno senza impegni di insegnamento (faccio lezioni e seminari ma non sono obbligato e scelgo quando e quante farne).

Di sicuro fare carriera Universitaria è difficile ma questo dappertutto. Purtroppo essere bravi in Italia non basta, anche se può aiutare perché alla fine se sei bravo qualcosa porti a casa. Quindi se hai passione val la pena tentare, ma sempre con un occhio internazionale. Bisogna andare dove ci sono opportunità anche e soprattutto se vuoi fare carriera Universitaria. Il problema comunque non è la fuga dei cervelli (che è normale) è che non rientrano. E chi lo fa spesso se ne va di nuovo perché non riescono a reintegrarsi al modo di lavorare Italiano. Ne conosco parecchi.  Però anche sul percorso di dottorato in Italia avrei da ridire, perché non è standard e non garantisce un minimo qualitativo. Dipende da dove lo fai. E’ questo il problema del sistema educativo in Italia, che va a fortuna. Dipende da dove lo fai e chi ti capita a quel giro “di giostra”. Un paese se vuole investire su cultura, educazione e ricerca non può lasciare i giovani in mano alla fortuna ovvero al caso.

Secondo te perseguire e proseguire studi universitari di alto livello, è davvero utile lavorativamente in Italia per chi vuole lavorare in ambito sportivo ? (Preparatore atletico, allenatore...)

In tanti ambiti sportivi per la mia esperienza assolutamente no. Sono due cose disgiunte. Studiare è solo un modo per imparare e migliorarsi. Non mi aspetterei nessun vantaggio lavorativo.

Cosa ne pensi dello stato attuale delle facoltà di scienze motorie ? La riformeresti ?Che differenze noti con le corrispettive facoltà di “Sport Science” estere ?

Le “facoltà” di Scienze Motorie sono recenti dato che prima c’erano gli ISEF e non c’era laurea, ma ci sono oggi ottime realtà una delle quali è anche molto avanti nelle classifiche internazionali (Università di Verona), quindi in controtendenza rispetto alla situazione Italiana.

Ma Scienze Motorie soffre di quello che soffrono tutte le facoltà ovvero la mancanza di uno standard qualitativo. Se ti va bene finisci in una buon ateneo se ti va male in uno mediocre o anche peggio. Le cose stanno cambiando ma in passato è probabile che molti docenti siano finiti lì perché non entravano in altre facoltà o corsi di laurea più “prestigiosi” e molti docenti non avevano esperienza diretta con lo sport o l’attività fisica (e molti li abbiamo ancora oggi): in altre parole “reciclati”. In pratica ci sono ottimi ricercatori e docenti anche nelle scienze dello sport ma sparpagliati in mezzo ad una mediocrità imbarazzante.

Poi vedo un certo scollamento dell’Università (in generale) con il mondo reale (l’ho sempre notato).  Questo però avviene anche all’estero dove il docente/ricercatore rischia di vivere troppo nell’ambiente Universitario/accademico e non sa bene cosa succede fuori. Nello sport questo è emblematico e lo si vede con studi che hanno un alto peso accademico (magari pubblicati su riviste con alto impact factor ) ma impatto basso o nullo rispetto alle necessità di chi sta sul campo o in palestra. E pochi sono attenti a cogliere le necessità ed i cambiamenti del mercato. Per questo poi servono i corsi di specifiche associazioni o federazioni che stanno sul campo.

Credi che sia uno step fondamentale per chi vuole perseguire la carriera di preparatore atletico ?

I preparatori sono per la maggior parte laureati ma non posso dire se è uno step necessario. O meglio, diciamo che la laurea non assicura nulla, ne che trovi lavoro ne che avrai veramente un preparazione adeguata. Ma questo vale per tutte le professioni e lauree alla fine.

Una laurea magistrale in Scienze Motorie attualmente secondo te è un valore aggiunto per chi non persegue la carriera universitaria ?

Nell’ottica di imparare di più serve, se il corso di laurea è fatto da persone veramente competenti e in ambiti in cui ci si vuole specializzare.

Cosa ne pensi delle varie certificazioni da istruttorepersonal trainer ? Ce ne sono tantissime e la confusione regna sovrana. Spesso la maggior parte durano troppo poco e non danno la formazione necessaria. Credi che debba essere regolamentata in maniera diversa la professione, magari con la creazione di un albo professionale con esame annesso per iscriversi ?

Sì credo che ci sia una giungla e con nessun sistema di controllo della qualità. Ma se non c’è per i docenti Universitari non vedo come ci possa essere per corsi fatti da privati. Gli albi professionali, specialmente in Italia, mi hanno sempre preoccupato perché sono spesso solo centri di potere o al più associazioni di tipo “sindacale”.

Ma ci potrebbe stare se ben fatto ma  dovrebbero esserci dei criteri generali minimi da rispettare tipo norme di selezione della tipologia e curriculum dei docenti dei corsi o contenuti. Non farei accesso con esame…in Italia sarebbe un passaggio pericoloso. Un po’ come l’eREPS Europeo ma fatto meglio perché per ora è  soprattutto un buon tentativo. Ci sono delle difficoltà (note) di implementazione dovute alla difficoltà di stabilire gli standard di accreditamento e la loro applicazione in tutti i paesi Europei. Non è mai facile trovare un buon compromesso tra business (i corsi da PT e simili) e contenuti. Ma la formazione fa e farà sempre la differenza.

Cosa pensi sull’attuale legislazione italiana a riguardo della figura del (biologo) nutrizionista ? Credi che il percorso di studi sia in linea con quelli esteri ? Sia abbastanza professionalizzante, oppure addirittura iperprofessionalizante portando a studiare “troppo” nozioni che poi nella pratica non danno nessun valore aggiunto ?

Non sono un esperto in questo settore a livello internazionale. Conosco ricercatori Australiani e Americani che sono o nutritionist o dietician. La differenza che so è che il primo di solito non lavora o può lavorare in ambito clinico. Nell’ambito sportivo infatti conosco più nutritionist anche come ricercatori. Però sul discorso legislativo vorrei dirti cosa ne penso in generale. C’è stato e c’è lo stesso discorso per i laureati in Scienze Motorie per imporre a livello legislativo un laureato nelle palestre di fitness. Sono stato criticato per essermi sempre estraniato da questa lotta “sindacale”. Ma il mio discorso è semplice. Non mi piacciono le imposizioni “sindacali” se non vedo sostanza. Secondo me è il mercato a riconoscere le competenze.

Se un laureato in Scienze Motorie si dimostrerà veramente più bravo nell’ambito del fitness ad esempio, sarà il mercato stesso a riconoscergli la professionalità. Oggi il laureato in Scienze Motorie ha un orientamento più sportivo tradizionale, e non lo vedo per nulla inserito nell’ambito del fitness per una mancanza di formazione in questo senso (tranne alcune realtà). Quindi capisco i discorsi normativi ma prima di pensare alle norme è meglio pensare ai contenuti e come ho già detto diverse volte dipende dalla formazione che uno riceve. Non credo che anche nel vostro ambito ci sia standard qualitatitivo. E soprattutto eviterei di fare la guerra dei poveri.

In generale ad un giovane che vuole perseguire la carriera di nutrizionista che percorso di studi consiglieresti ? C’è una grossa differenza tra il percorso di studio su cui orientarsi tra chi vuole lavorare con la popolazione comune, chi vuole dedicarsi alla clinica e chi vuole dedicarsi allo sport magari diventando collaboratore di società sportive ? In questo caso cosa consiglieresti ?

Ripeto non sono un esperto del settore ma posso fare un discorso personale e generale. Di sicuro se non conosci le problematiche e non sei formato o documentato su uno specifico settore (o popolazione) rischi di fare e dire stupidaggini, e purtroppo se ne sentono. Dal punto di vista legale possono lavorare con tutti (e lo fanno), ma a livello sostanziale non sono in grado. Ho avuto a che fare con molti dietologi e nutrizionisti e la differenza di preparazione è a volte abissale. Ma ho visto una costante. Nessuno arriva preparato dal percorso Universitario per quelle specifiche competenze, se le creano dopo da soli specialmente in ambito sportivo.

Attualmente cosa consiglieresti ad un giovane italiano che vuol perseguire la carriera di professionista nell’ambito sportivo (preparazione atletica o nutrizione che sia) ?

Alla fine credo che valga sempre la solita regola: devi cercare di essere il più bravo e migliorarti sempre. Non puoi imparare nulla se pensi di sapere tutto, il che vuol dire rimanere umili per quanto possibile. Ma di certo so una cosa. Le conoscenze in quanto tali ti aiutano ma se non ti crei l’esperienza non sei in grado di usarle bene. Puoi avere una Ferrari ma se non impari a guidarla ti schianti.

Dell’ambiente “fitness e sport” italiano al momento che ne pensi ? Come ne giudichi il livello ? Lo trovi abbastanza “evidence-based” oppure ancora pregno di miti e dicerie infondate ? Credi che la situazione sia in miglioramento ed il livello nei prossimi anni si alzerà? Ed in paragone con i corrispettivi esteri ?

Io arrivo dallo sport e dalla ricerca nello sport. Il fitness è una passione ma non è mai stata la mia professione se non all’inizio. Negli ultimi 5-6 anni ho ripreso a documentarmi su argomenti legati al fitness ma fondamentalmente per me stesso, familiari (al momento la mia migliore atleta è la mia compagna…ho creato un mostro) e amici/atleti. Alcune problematiche sono simili, cambia solo il fine (performance vs salute ed estetica). Però vedo gli stessi problemi, tipo mode sugli allenamenti o nutrizione, proposte prettamente commerciali, assolutismi (questo metodo e SOLO questo metodo, etc). Premetto che solo recentemente ho iniziato a frequentare social Italiani sul fitness, in passato mi sono interfacciato di più con i social/forum americani (anche con pseudonimi…che non dirò mai!) specialmente del bodybuilding hard, unito al fatto che ho conoscenti e amici che gareggiano nel bodybuilding nazionale ed internazionale.

Diciamo che sono stati loro oltre ai forum internazionali quelli con cui mi sono più confrontato o dato pareri o raccolto informazioni scientifiche per aiutare qualcuno.

Detto questo il motivo principale per cui mi sono interfacciato con i social italiani è che su spinta di un amico (Gian Mario Migliaccio) ho iniziato a seguirlo e guardare intorno. E’ allora che sono rimasto sbalordito dal livello scientifico di molti interventi. E non solo da quello, anche da una certa logica e razionalità dei ragionamenti.

La mia prima espressione è stata: minchia (tirando fuori le mie origini Siciliane). Ho trovato molte persone competenti e molto informate, da cui sono sicuro ho imparato e imparerò molto. Perché dico che sono competenti? Perché nelle cose che conosco meglio da un punto di vista scientifico ho trovato tanti riscontri in quello che viene detto. Io non sono certo il metro di valutazione però facendo ricerca attiva da 20 anni so raccogliere e riassumere le informazioni scientifiche (faccio spesso proprio questo per lavoro come consulente).

Chiaro ci sono tanti pseudoscienziati (e SDM come si dice J ) ma quelli li trovi ovunque. Nello sport è tipico. Persone che non sanno più cosa sono o cosa vogliono fare: gli scienziati o gli allenatori. Se non hai una preparazione adeguata rischi di perdere le tue abilità di allenatore per rincorrere una scientificità che a volte non è necessaria e comunque non sei in grado di avere. Quindi costruiscono teorie assolutamente pseudoscientifiche e finiscono per non essere più ne buoni allenatori, ne buoni “scienziati” (perché si nascondono dietro la scienza ma quando si accorgono di non farcela la rinnegano…molto confusi). Ma sui social ci sono oggi persone legate al mondo del fitness che con stili comunicativi diversi fanno un’ottima informazione e tengono vivi dibattiti molto costruttivi. Secondo me più che nello sport anche di alto livello! Ed è per questo che ho iniziato a parlarne anche nelle mie lezioni o seminari in Università.

Perché credo che il mondo accademico stia sottovalutando sia il fenomeno sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi. Vedo una certa ricerca dell’Evidence-Based (EB) e vedo le stesse problematiche incontrate in altri settori tipo interpretare male cosa significa EB. L’EB è partire da evidenze scientifiche, unirle alla propria esperienza per trovare soluzioni che rispondano alle esigenze del “cliente” (paziente, atleta etc). Spesso si ritiene che questo approccio neghi l’importanza dell’esperienza. In realtà non viene negata ma anzi enfatizzata perché l’esperienza è quello che consente di mettere in pratica le informazioni che ho. E se non ci sono …ci si basa solo sulla propria esperienza e conoscenze come in tutti i settori. Acquisire evidenze è oggi più semplice ed alcune community sono di certo utili. L’EB così come l’approccio scientifico aiuta anche a essere scettici e non farsi coinvolgere troppo dalle mode (fa muovere con cautela).

Basarsi sulle proprie esperienze va bene lo stesso, basta sapere che sono solo esperienze personali e non possono essere “imposte” come metodo infallibile e valido per tutti. Io ho seguito gli atleti di scherma della Nazionale Svizzera fino alle Olimpiadi di Rio 2016. Ho usato evidenze per strutturare i 4 anni di programmazione solo per alcuni aspetti ma per molte altre cose ho dovuto speculare e interpretare informazioni scientifiche più generiche (ho applicato dei principi). E’ lo stesso che ho fatto per me in ambito fitness. Per fare un esempio sono partito dal principio che i meccanismi che inducono ipertrofia sono stimolo meccanico, metabolico e danno muscolare (lo dicono molti studi oltre a Schoenfeld). Non si sa qual è il predominante.

Ma la cosa comune di tanti programmi proposti e usati è che toccano in effetti sempre queste tre componenti, specialmente le prime due. Non sto troppo a speculare a priori su quale possa essere il miglior approccio spulciando gli studi e cercando di costruire la mia ipotesi. Provo su di me varie soluzioni a condizione che tocchino le tre componenti e vario le soluzioni chiedendo ad altri cosa fanno o leggendo e infine le provo. Poi vado avanti con quella che mi sembra mi dia più effetto o che preferisco. Sono ancora dietro a provare! Vi assicuro che anche se vi sembra una cazzata (un po’ troppo facile mi dice qualcuno), è di fatto un approccio molto scientifico. Quando a qualche convegno ho presentato quello che ho fatto nella scherma, non ho imposto il mio modello.

Ho solo detto ho fatto questo per questi motivi. Alcuni principi, tipo la specificità neuromuscolare o i motivi dell’ipertrofia, sono chiaramente poco discutibili perché sono informazioni scientifiche ormai consolidate (ma non si sa mai che venga qualcosa fuori di nuovo). Ma l’applicazione dei principi può essere di certo discussa. Non vedo il problema e non mi offendo. Chiaro, difendo le mie idee. E’ deformazione professionale. Nella scienza quando pubblichi qualcosa devi difenderti dai revisori del tuo articolo e da chi non la pensa come te. Ma in scienza non si offende o va sul personale (beh no capita ma è raro). Si motiva portando altre evidenze o spiegazioni che comunque abbiano una solidità scientifica. Non puoi dire è così perché lo dice la fisiologia. Ti riderebbero in faccia in un convegno internazionale e probabilmente ti toglierebbero il microfono. Questo vorrebbe dire che ti sottrai ad un confronto e che probabilmente non hai argomenti forti. Inoltre quando ci sono scontri di opinione, è consuetudine fare altri studi per verificare se hai ragione e presentare dati. Ma in ricerca si impara anche un’altra cosa: a riconoscere i propri errori ed accettare che possa aver ragione chi ti contesta. Perché a volte la fisiologia dei libri è dietro alla fisiologia delle ricerche (parlo di fisiologia dell’esercizio).

Per questo un buon docente deve essere immerso nel mondo della ricerca, per essere sempre aggiornato. Il mio desiderio ora è aiutare a fare cultura in questo senso perché penso di poter contribuire in qualche modo a far crescere il movimento. Non ho interessi economici nel settore e questo mi permette di essere intellettualmente libero e seguire semplicemente una passione dato che il mio lavoro è in ambito ortopedico ormai. Mi piacerebbe coinvolgere molte persone del mondo social anche a livello accademico. Vedremo, qualche idea ce l’ho! Comunque il livello si è già alzato e credo lo farà ancora di più in futuro.

Se potessi parlare con il te stesso agli inizi del tuo percorso di studi, cosa ti diresti? Faresti qualche scelta diversa ?

Ci ho pensato molto sai. A 45 anni capita di tirare le somme. Non si tratta solo di percorso di studi. Il percorso di studi mi ha anche portato a fare esperienze di vita e sono due cose inscindibili. Quindi cambiare qualcosa del mio percorso di studi vorrebbe dire cambiare quello che sono. Ti dico quindi che alla fine rifarei tutto e soprattutto gli sbagli perché sono il motivo per cui sono quello che sono. E mi vado bene. L’opportunità che mi ha dato la ricerca però va ben al di là delle conoscenze. Ho avuto modo di conoscere persone di tutto il mondo che sono oggi ottimi amici e mi hanno permesso di vedere le cose con altre prospettive. Ho avuto come mentore di vita una persona (il Prof. Mognoni che lavorava al CNR di Milano) che non mi ha aiutato ad imparare la ricerca (questo è merito di Samuele Marcora, Professor all’Università del Kent in UK) ma mi ha insegnato a vivere. Se non avessi fatto ricerca e il percorso che scelsi non l’avrei conosciuto. Come ho già detto indipendentemente dal percorso la differenza la farà sempre quanto sei preparato. Se in Italia a volte non è il parametro di carriera, vai via! Non è facile, ma si può fare o tentare e fallire, ma val sempre la pena provarci.

Hai una citazione o un pensiero che rispecchia la tua filosofia di vita e che vorresti condividere ?

Cercare ogni giorno di essere migliori di quello che eravamo il giorno prima, nella vita e professionalmente.

Grazie ancora per la disponbilità e in bocca al lupo per tutti i progetti!

Grazie a te Domenico per avermi permesso di condividere alcuni miei pensieri ed opinioni!